• 1948-1976. Una fabbrica e l'abitudine ai suoi veleni.
Già dal 1948 l´ICMESA aveva sollevato le proteste della popolazione di Seveso in merito ai gas e agli odori provenienti dal torrente Certesa (o Tarò) che erano da attribuirsi anche agli scarichi della fabbrica di Meda. L´anno successivo il Consiglio Comunale di Seveso si occupò della questione delle acque che venivano immesse nel torrente non convenientemente depurate da parte dell´ICMESA e che diffondevano "odori nauseabondi ed insopportabili nell´atmosfera". I consiglieri rilevarono le continue lamentele della cittadinanza e le fecero proprie poiché in talune zone del territorio comunale l´aria diventava "assolutamente irrespirabile per le esalazioni provenienti dalle acque di deflusso dello stabilimento della società ICMESA di Meda". Per questo il Consiglio Comunale invitò il sindaco ad accertare la nocività dei gas emanati dall´ICMESA e, di concerto con il collega di Meda, ad attivarsi per inoltrare una protesta alle "superiori autorità" al fine di obbligare la società ad eseguire quelle opere che si rendevano necessarie per eliminare i gravi inconvenienti igienici rilevati. Dopo pochi anni, il 2 maggio 1953, l´ufficio veterinario del Comune di Seveso accertò un´intossicazione di pecore a causa degli scarichi dell´ICMESA. Recatosi alla fabbrica "anche allo scopo di avere elementi necessari sui quali indirizzare la cura delle pecore colpite e non ancora decedute", il veterinario consorziale Malgarini non ottenne alcun chiarimento in merito, per la "reticenza" del rappresentante dello stabilimento di Meda. Un paio di mesi dopo, il 1° luglio 1953, l´ufficiale sanitario Del Campo, comunicò al sindaco del Comune di Meda che "un increscioso episodio tossico con la morte di 13 pecore" si era verificato nel torrente Certesa "subito a valle dello scarico delle acque di rifiuto della fabbrica ICMESA". Nella sua relazione l´ufficiale sanitario, dopo aver evidenziato che l´ICMESA produceva prodotti delle serie "acetati, salicitati e alcoli", appurò la nocività delle acque del Certesa, causata dallo scarico della fabbrica. Per queste ragioni Del Campo ritenne che ci fossero "tutti gli estremi" per qualificare la fabbrica di Meda come "Industria Insalubre". Dopo pochi giorni, il 7 luglio 1953, l´ICMESA, con una lunga nota a firma dell´amministratore delegato Rezzonico, affermò di non trovarsi d´accordo con quanto asserito dall´ufficiale sanitario e respinse la responsabilità della morte delle 13 pecore. La società poi non accettò la possibilità di essere classificata come "Industria Insalubre" ed evidenziò il fatto che anche le acque a monte dello stabilimento emanavano esalazioni moleste. L´ICMESA si impegnò infine a migliorare gli strumenti per l´eliminazione di odori e rumori molesti sperando che l´episodio non alimentasse intorno allo stabilimento ed alla sua attività "quell´atmosfera di diffidenza e di critica" che, sempre secondo la direzione aziendale, non trovava nessuna ragione nei fatti "visti obbiettivamente e serenamente". Il 28 agosto 1953 l´ICMESA ribadì le proprie posizioni considerando altresì "assurde" le accuse mosse a un´industria che lavorava "onestamente ed in condizione di ambiente e di sanità fra le più moderne d´Italia". Alcuni anni dopo, il 2 maggio 1962, il sindaco di Meda, Dozio, che il 5 aprile precedente aveva chiesto alla società di essere informato sull´evolversi della situazione degli scarichi industriali, avvertì l´ICMESA che nell´ultima seduta del Consiglio Comunale alcuni consiglieri avevano rilevato che molto spesso a settentrione dello stabilimento si sviluppavano incendi di materiali di rifiuto che provocavano "nubi fumogene irrespirabili" dannose per la salute pubblica. Il sindaco invitò la ditta ad adottare le necessarie cautele nel bruciare i rifiuti per evitare gli inconvenienti igienici lamentati dalla popolazione. Il 14 maggio 1962 l´ICMESA, ancora una volta, rigettò le accuse limitando l´episodio ad un solo incendio, sviluppatosi per ragioni ignote e prontamente spento dopo tre quarti d´ora. Comunque la società assicurò il massimo delle precauzioni per evitare altri inconvenienti del genere. Dopo quasi un anno, il 7 maggio 1963, il sindaco di Meda chiamò nuovamente in causa l´ICMESA in merito ad un nuovo incendio di scorie e rifiuti di lavorazioni abbandonati sul terreno, non recintato, di proprietà della società sottolineando il panico originato nella popolazione e il grave pericolo per la ferrovia e la viabilità. L´ICMESA venne altresì invitata a provvedere per evitare nuovi episodi di quel genere e le fu ricordato che le scorie e i rifiuti non andavano abbandonati sul terreno, ma "distrutti con procedimenti tali da salvaguardare l´incolumità pubblica o privata". L´11 maggio 1963 la nuova replica dell´ICMESA scaricò la responsabilità di questo secondo incendio su dei pastori che si erano fermati nei pressi dello stabilimento e, dopo aver acceso un fuoco, erano scappati. La società assicurò che avrebbe provveduto con maggiore frequenza che non nel passato a ricoprire le scorie con della terra di riporto, per evitare il ripetersi dell´inconveniente. Infine l´ICMESA evidenziò che la località era comunque isolata e sufficientemente distanziata tanto dalla parte della ferrovia che da quella dello stabilimento e che pertanto non potevano esserci preoccupazioni per la popolazione. Su sollecito del sindaco, il 25 maggio 1963 l´ICMESA si impegnò anche alla recinzione del deposito delle scorie a nord dello stabilimento. Il problema dell´inquinamento del torrente Tarò fu sempre al centro dell´attenzione della Provincia in quanto, nuovamente nel 1965, le analisi effettuate rilevarono la non accettabilità delle acque sia dal punto di vista chimico, perché altamente inquinate, sia dal punto di vista biologico giacché definite "tossiche ad alta tossicità". Necessitava dunque un miglioramento dell´impianto di depurazione che fu imposto all´ICMESA nel novembre del 1965. Un sopralluogo effettuato nel 1966 appurò che, nonostante le modifiche apportate, l´impianto continuava a non dare risultati soddisfacenti. Il 18 ottobre 1969 pervenne al Comune di Meda l´ennesima relazione del Laboratorio di igiene e profilassi della Provincia:
"Ripetuti sopralluoghi effettuati sia all´interno che all´esterno dello stabilimento Icmesa di Meda, portano a concludere che la situazione degli scarichi della ditta in oggetto va rivista alla luce di risultanze e accertamenti nuovi, più gravi e più complessi di quelli finora presi in considerazione, in quanto gli inquinamenti dovuti alle sue lavorazioni non sono limitati agli affluenti idrici, e quindi di natura primaria e immediata, ma si estendono e si moltiplicano con gli inconvenienti che possono derivare dalle sconosciute evacuazioni, in bacini perdenti esterni allo stabilimento, di sostanze solide, mucillaginose e liquide di natura diversa e imprecisata e dalla combustione in campo aperto, primitiva e incontrollata di prodotti di varia natura […]. Tali operazioni, in aggiunta ai molteplici odori nauseabondi, insistenti e persistenti, che investono un raggio di alcune centinaia di metri e si accompagnano pervicacemente ai sensi e agli indumenti del visitatore per alcuni giorni, rappresentano infatti un pericolo continuo e costante per le falde acquifere e per lo stesso torrente Tarò che scorre a poche decine di metri […]. E´ pertanto con viva preoccupazione che questo Laboratorio segnala una tal situazione, stigmatizzando l´assoluta mancanza di cautele e previdenze che la ditta aveva ed ha il dovere di osservare in ossequio al bene pubblico e ad un elementare buon senso. Brutture del genere, accertabili e visibili per gli occhi di tutti, non possono essere tollerate, né le ditta può pretendere che il tempo passi e la natura provveda.
Il 18 dicembre 1969 l´ufficiale sanitario Sergi, facendo riferimento al rapporto del 18 ottobre, affermò che l´ICMESA rappresentava "una notevole grave sorgente per l´inquinamento" sia liquido che gassoso. Sergi asserì inoltre che "l´azione malefica di tale inquinamento" non si limitava alla zona circostante lo stabilimento, ma attraverso la falda acquifera superficiale, l´atmosfera e a mezzo del torrente Tarò, questa si estendeva "a zone anche lontane dalla sorgente inquinante". "Data la gravità delle risultanze premenzionate" l´ufficiale sanitario chiese al sindaco di Meda di emettere un´ordinanza "ai sensi dell´art. 217 del T.U.LL.SS. 27.7.1934, n. 1265" con la quale si doveva imporre all´ICMESA "l´adozione di provvedimenti efficaci, stabili e continuativi, atti a rimuovere (o almeno a ridurre al minimo tollerabile) i molteplici inconvenienti constatati".
All´inizio del 1974 l´ICMESA assicurò nuovamente la Provincia di Milano e l´Ufficio del Genio Civile rispetto all´imminente inizio dei lavori per la realizzazione del nuovo impianto di depurazione delle acque, che però di fatto non si avviarono mai, come testimonia una nuova analisi effettuata dalla Provincia il 2 dicembre 1974 che giunse alle seguenti conclusioni:
"Le acque usate che la ICMESA immette nel Tarò sono inquinate dal lato chimico ed a tossicità altissima estrema da quello ittico-tossicologico. Sono urgenti pertanto specifici ed efficienti lavori di bonifica. La ditta inoltre deve provvedere a dare una sistemazione più confacente ai fanghi che, attualmente, per percolazione, possono inquinare le falde sotterranee".
Alla fine del 1974 il direttore tecnico dell´ICMESA, Herwig Von Zwehl, fu denunciato alla magistratura per "avere con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso corroso ed adulterato acque sotterranee destinate alla alimentazione prima che le stesse fossero attinte, rendendole pericolose per la salute pubblica, tramite lo scarico di fanghi in una pozza perdente." Il 5 settembre 1975, a seguito di un nuovo sopralluogo, la Provincia confermò le accuse di inquinamento delle acque sotterranee nei confronti della fabbrica di Meda. Nonostante il rapporto della Provincia, il 15 giugno 1976 Herwig Von Zwehl fu assolto per "insufficienza di prova".